Sale o scende?

È che ti senti diverso. No?
Altri pensieri. Altri sogni, chi ancora ci crede. Altre priorità. Le priorità, poi. Che roba. Somigliano al sistema di ascensori del nostro ospedale. Che sai che li devi prendere se non vuoi farti a piedi tredici piani di scale, magari ad agosto, ma che sai anche che se scegli di prenderli puoi rischiare di restarci bloccato. O peggio tu devi salire e invece ci sono prenotati otto piani in discesa e cinque in salita e poi di nuovo due a scendere e nessuno di questi comprende il tuo o peggio ancora decidi a metà strada di prenderlo e quello ti porta di nuovo giù e resti in quel tubo digerente come un bolo indigesto che non trova sfogo, per un tempo indeterminato. Un purgatorio di anime dove nessuno parla, nessuno si guarda e anche se dici la battuta dell’anno, nessuno ride. Perché in ascensore è come se tutti fossero in mutande in pubblico. Che poi dipende sempre dal luogo, dal contesto. Ad esempio in spiaggia si vedono così pochi centimetri di tessuto di mutanda per chilometro quadrato che nessuno sembra abbia problemi a giocare a racchettoni come se fosse dal ginecologo. Oppure negli spogliatoi delle piscine, dove la sindrome del celhopiùlungo porta all’agonismo fuori corsia e si fa a gara a chi sta più nudo davanti alla porta accidentalmente aperta. No, dico, tanto vale che non te lo prendi il costume Speedo da novantanove euro. Ma in ascensore no, in ascensore anche Miss Maglietta bagnata capezzolissimo Minitanga 2020 si fa più timida. Sarà che è un posto che svela una debolezza di tutti quelli che ci salgono e che si sentono imbarazzati, ma uniti, dalla micidiale pigrizia di non muovere il culo per fare qualche rampa di scale. E magari quel silenzio non è timidezza, ma rispetto verso il prossimo pigro tuo come te stesso che è fiacco quanto te e fiero pigia il bottone del piano desiderato con la certezza eroica di chi salta la trincea. Con il coraggio di chi corre verso la meta, sapendo di non arrivarci. Molti infatti rinunciano, scendendo in un piano a caso. Vuoi che in tutto il reparto non ci sia qualcuno che conoscano? È così che nascono le visite a sorpresa, le più gradite.
– Oh, amo’. Ma sai chi è venuto a trovarmi oggi in ortopedia? Coso. Quello lì che lavora vicino a. Noo, non lui, il fratello. Eja. Ero in classe con la sorella. Gentilissimo. Mi ha fatto piacere. Mi ha anche lasciato un regalino. Un bavaglino e una tutina per neonati. Eh? Eh. Gliel’ho detto che non siamo in attesa, ma ha detto che era per augurio.
E viceversa qualche neomamma si vede arrivare in dono un pacco di riviste di Rally e una stecca di Marlboro.
Meno male che la camera mortuaria è al pianterreno. Sarebbe imbarazzante andare a ‘toccare la mano’ con una bella orchidea infiocchettata.
Le priorità, dunque. Forse sono solo giustificazioni e quando si fallisce si traveste la sconfitta da priorità.
– Sì, non ce l’ho fatta, ma sai, ho altre priorità.
Chi ha il lavoro deve mantenere la famiglia e trova la priorità per starci il meno possibile, con la famiglia. Chi non ha il lavoro trova la priorità della ricchezza interiore. Chi non trova nessuno con cui condividere la giovinezza trova la priorità della solitudine per conoscersi a fondo. Poi ci sono i prioritaristi della salute. E quelli chi li ammazza? A quelli non va mai male niente. E peggio ancora non permettono che ti vada male qualcosa e con loro non ci si può mai lamentare di niente. Si capisce la loro posizione, per carità, il giusto hic et nunc, ma uno potrà almeno dire, accettando che la cosa potrebbe sempre peggiorare, che la vita alle volte fa schifo. No. Con loro non si può. Sono in grado di mandare in frantumi qualsiasi dialogo o richiesta di aiuto al prossimo.
– Guarda. Finché c’è la salute..
E arriva il carpiato di una megattera tra te e il prioritarista che alza un muro d’acqua oceanica di qualche metro, interrompendo, bagnando tutto e rendendo ridicola ogni possibile risposta. E che gli dici alla megattera? Niente. La guardi, ammirato, in tutta la sua possente saggezza.
C’è chi ha la priorità dei figli. Ai quali va un sentito ringraziamento per la fatica di portare avanti la dinastia dell’unico animale malvagio e distruttore di tutto il pianeta, ringraziamento accompagnato da un promemoria che ogni due minuti e mezzo gli ricordi che la priorità è loro, solamente loro e di umani a loro simili e che quindi si levino dalle balle, ad esempio, durante i concerti, quando la gente vuole solo pogare e farsi male e loro si piazzano in prima fila dondolando in braccio la loro creatura, ovviamente la più intelligente di tutte e rischiando la vita ad ogni vibrazione dei bassi dalle casse, ballando come se stessero ascoltando un valzer mentre sul palco c’è una cover band dei Darkthrone. Davvero. Questo è un appello. Rovinate il concerto a tutti quelli che come priorità hanno le chat a sfondo sessuale senza futuro, la visiera del cappellino da baseball modellata rigorosamente sull’avambraccio e la pizza ben cotta. E non in quest’ordine.
Ancora, c’è chi ha la priorità della macchina. Chi della natura. Chi delle belle donne. Chi della politica. Chi degli animali. Chi degli uomini tenebrosi. Chi dello studio. Chi si sente incompleto senza un contratto firmato in chiesa. Chi si sente perso senza quattro mura di proprietà. Chi teme di non trovare motivazione senza un mutuo da restituire. C’è chi ha la priorità di restare fedele e infelice. Chi infelice e infedele. Chi capra e cavoli. Loro sì che sono furbi.
Poi c’è chi l’ascensore non lo prende.
Ci sono tre motivi che portano a non usufruirne.
Il primo è legato al terrore di restare bloccati. Ma non per claustrofobia. Per pura misantropia, perché socializzare in ascensore è davvero fantascienza.
Il secondo è figlio della leggenda che ogni gradino che si sale equivale ad un secondo di vita in più. Senza tener conto che la cosa non è scientificamente provata e che il tempo presente, l’unico reale, lo si sta buttando salendo delle scale anziché risparmiarlo prendendo quel benedetto ascensore.
Il terzo è che si vuole dimagrire a tutti i costi ed ogni occasione è buona. Dimenticando che lo sforzo viene vanificato non appena si arriva al distributore automatico di schifezze del reparto e che più il reparto tratta drammi e casi umani, più i prodotti sono ipercalorici, per aumentare il senso di conforto.
Chi non prende gli ascensori non è migliore di chi li prende. Niente affatto. Non è più salutista, né più ecologista e non sarà più longevo. Chi non prende gli ascensori non gioca con le priorità, non perché le sue siano più stabili, ma perché in genere non ne ha. E si sente a disagio dentro i bar in chiacchiere di ruoli, di cose fatte, da fare e che vanno fatte. Di scadenze bancarie e biologiche. Si trova a disagio a desiderare di gestire -magari!- se stesso e non altri. Si sente in colpa a non pensarsi un vuoto a perdere perché alla sua età ancora non ha combinato nulla. Niente di niente.
-Ecosadiavoloancorabisognafare? – si chiede l’uomo delle scale. – Sono arrivato fin qui. Sono sopravvissuto. Salgo le scale. Mica è da tutti. Ora lo si dà quasi per scontato, ma non lo è. Sopravvivere. Non perdere la speranza. Vabbè, quella forse sì, che quella fa solo danno. È difficile non programmare la propria vita. Significa accettare l’esistenza di moti altri. Significa ammettere la propria piccolezza. Significa indossare i guantoni, ma non il paradenti e salire sul ring, tutti i giorni. Ed è una cosa dolorosa e coraggiosa. Almeno quanto lo è fare dei programmi e vederli andare in fumo. L’uomo delle scale sa che può fallire. Sa che sta fallendo. E che quelle scale possono giusto rassodare i suoi glutei. L’uomo delle scale sa che l’ascensore è un suo diritto come lo è non prenderlo.
È un suo diritto stare solo e star male perché è solo. È un suo diritto sentirsi brutto ed esserlo davvero. È un suo diritto innamorarsi e non essere ricambiato. È un suo diritto essere sfruttato nel lavoro e non lamentarsi. È un suo diritto non esprimere per forza il suo parere. È un suo diritto essere triste. Non trovare un senso. Rifiutare gli aiuti. È un suo diritto difendere gli altri. È un suo diritto smettere di vivere. È un suo diritto perdere tempo. Guardare le nuvole. È un suo diritto drogarsi, farsi del male, precipitarsi dentro. Non posizionare la sveglia. Licenziarsi. È un suo diritto avere pazienza. E perderla. È un suo diritto fallire. Perché il pensiero di dovercela fare a tutti i costi, nella vita, è deleterio. La scuola della positività ha distrutto e distrugge più del più nero pessimismo. La convinzione del volereèpotere è una piaga della nostra epoca. Perché non ci si accetta mai. Perché se non si riesce è perché non si è stati in grado di volere a sufficienza, di credere abbastanza. Perché se non si riesce, non si è nessuno. E come si fa a pretendere che ci si possa autoperdonare la mancanza di determinazione? È dare le colpe solo ed esclusivamente all’individuo singolo, facendo finta di ignorare le infinite variabili che entrano in gioco nel destino di ognuno. L’uomo delle scale si sente diverso, ma sa che è in suo diritto abbandonare ambizioni e desideri. È in suo diritto gettare la spugna. E stare male perché l’ha gettata. Oppure cambiare idea all’ultimo e prendere quel trabiccolo di ascensore e rimettere in movimento tutto. E così le priorità – o le scuse – sono mobili, salgono, scendono, cambiano posizione nella classifica ed è faticoso, come salire le scale. E non siamo sempre noi a decidere, come le fermate di un ascensore, che mai si blocca.
A meno che non sia uno di quelli del nostro ospedale.

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