Imagine

Che brutta nottata. Sogni terribili in cui ridevi. E mi svegliavo di colpo, ogni volta peggio, ogni volta maledicendomi, ogni volta mal di stomaco. L’ultima volta allora, anziché riaddormentarmi e sognarti ho acceso la luce e ho iniziato a immaginarti.
L’unico potere che posso esercitare.
Ho immaginato una giornata limpida e il caldo silenzioso di un primo pomeriggio. Ho immaginato la tua casa. Rivolta a Est. Il tuo cortile. Gli alberi, i cespugli di rosmarino, le microfoglie del timo e le formiche indaffarate indifferenti al sole. Ho immaginato il gracidare traditore nascosto nella siepe dietro la fontanella. Il rastrello poggiato al muro con l’ombra corta tra sassi di ghiaia. Il sedere pesante di un’ape. La pompa a rombi dell’acqua, abbandonata tra l’erba, come la muta della biscia che spaventa i cani. Perché è l’idea delle cose, non le cose stesse, a fare paura. Ho immaginato la soglia d’ingresso, rialzata, bianca di marmo, con sezioni di fossili che non hai mai notato. All’angolo una scopa di saggina nostalgica dell’autunno e un attimo dopo è non-luce e non-caldo del corridoio dalle tapparelle abbassate. Pavimento piastrellato chiaro, che obbliga costante pulizia, che non tollera macchia. Uno scrittoio poggiato al muro, piccole foto di una famiglia composta incorniciate d’argento. Un tronchetto della felicità a delimitare l’esotico dall’endemico e un tappeto sul quale, imprecando, inciampi sempre. Seguo il rumore delle briciole del panediieri che cadono sulla tovaglia incerata. Una bottiglia d’acqua mezzo vuota, del sughetto di insalata di pomodori nei piatti. E tu, scarponi da campagna, tela a coprire le gambe lunghe, pancia rilassata, gomiti sul tavolo, spalle di maglietta ricurve, mani incrociate sotto il mento, barba di tre giorni, lingua a pulire i denti, occhi foglia oltre l’intonaco e testa rasata, seduto. L’unico seduto. Gli altri orbitano intorno, sparecchiano, lavano i piatti, svuotano il filtro dal caffè vecchio, soffiandoci, passano la scopa, aprono la confezione dei biscotti, sistemano tazzine e cucchiaini sopra i piattini. Chiacchierano. Tu no. L’unico zitto. Sbuffi. Sgarbato. Insofferente. L’unico fermo. Mandrone*, svogliato, non sposti neanche il piatto. Non ringrazi neanche chi lo fa per te. Ti passano accanto, sfiorandoti teneramente la schiena e con disprezzo ti muovi due centimetri in avanti, monito a non ripetere il gesto. Ti chiedono qualcosa, non capisco cosa, ma tu alzi le spalle e non rispondi. Bevi il caffè bollente, amaro, senza aspettare che tutte le porzioni siano divise. Punti i piedi e strisci rumorosamente la sedia per terra, interrompendo il sonno leggero di chi profitta del divano. Senza chiedere permesso ti alzi ed esci. Il tuo bofonchiare rimane nella stanza molto più a lungo di te. Vai verso il bagno, ti seguo, mi butti addosso uno sguardo veloce. Scivolano senza fatica sui fianchi stretti i pantaloni, pisci, non tiri l’acqua, ti rivesti, poggi le mani sul lavandino, ti osservi a lungo nello specchio. A che pensi? Sputi. Ti seguo fino alla camera. Mi vedi. Ti infastidisco. Ti seguo lo stesso. Sgraziato ti butti di schiena sul letto sfatto, per terra le mutande sporche che non raccogli. Le braccia dietro la nuca, guardi il soffitto. Mi avvicino. Mi scacci. Mi avvicino di nuovo. Cerchi di darmi uno schiaffo. Schivo. Voglio solo toccarti, ma niente. Qualche altra manata all’aria e mi allontano, verso la finestra, unica fonte di luce. Ho voglia di andar via, ma non riesco. Guardo oltre il vetro, ma non trovo soluzione. Tu ti alzi. So che puoi aiutarmi, sono qui, intrappolata, inerme. Fammi uscire, liberami. Ti basta decidere di farlo. Aprimi. In silenzio, invece, alzi il braccio e mi schiacci contro il vetro. Cado a terra, con le ali spezzate, chiedo aiuto. Borbotti qualcosa che non capisco e mi finisci schiacciandomi con il piede.
‘Moscadimerda’.
Ecco. Ora che ho immaginato tutto quello che non sei e tutto quello che non faresti, posso inorridire per questo mio inutile sentirti. Posso spegnere la luce, disgustata e addormentarmi, finalmente, senza sogni.

‘Bzzzz…’

*pigro

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