Il Comune non fa niente.

Sottilissimi, ondulati, lunghi, screziati, impalpabili, lucenti capelli biondi. E invece.
– Sicura?
– Ejaaa.*
– A zero?
– No, a uno. Giusto per far finta di averli.
Vzzzzzzzzzzzzzzzz.
Le ciocche fanno parte di quella ristretta categoria di cose che quando cadono non fanno rumore. Insieme alle braccia, ai cuori e ai morti.
Magliette larghe, maschili, a coprire chili, fianchi, difetti. Pantaloni sempre troppo pieni.
E camminare. Camminare sempre. Misurare le distanze in passi, i passi in tempo, il tempo in deodorante anti-odore.
E poi malva. Malva al bordo delle strade, con le sue proprietà, che insiste, lì, a cercare di ammorbidire il passante.
E nessuno a dirle: Ciao, Malva!
E nessuno a coglierla. E tutti a comprare tisane alla malva nei supermercati. E carota selvatica, ferula, cardo e rovo.
E poi iperico, nelle aiuole dimenticate dai tosaerba, a fiorire per le bruciature. A lenire sguardi ustionati. A cicatrizzare ferite. Solo quelle esterne. Se solo si potesse sparare direttamente in vena. E gatti. E doni di topi decapitati, di code di lucertola, di penne di passero. Una dispensa da strega.
E poi alberi tondi. Zeppi. E saltelli e fischi mai uguali di arancioni becchi di merli. E alberi capitozzati. Le mani che vi capitozzino! E corteccia liscia di eucalipto. E foglia argentata di pioppo. E gelsi. Tutti i giorni gli stessi gelsi, spogli, poi gemme, poi foglie accese, ora estate, bacche, frutti, marciapiede macchiato appiccicoso, formiche che raccolgono, cani che leccano, corvi che beccano, bambini che scoprono, mamme che sgridano, stercorari che arrotolano. Sole che precipita negli occhi. Un respiro lungo a ringraziare l’infaticabile orbita del pianeta. Rughe che solcano le tempie. Sudore che scorre sotto il cotone, lungo il fianco. Rompigoccia del jeans. Tasche piene solo di palmi.
E poi piastrelle sconnesse da radici ingabbiate. Sguardo a terra per non ci inciampare. Sguardo in alto per non ti pensare. Sempre lo stesso lato della strada. Le orecchie chiuse dalla musica. In loop. Per entrare nella trance e non distrarsi. La fila di malati veri e immaginari, dal medico, lungo la discesa. Guardano come a dire tantoprimaopoiciverraianchetuqui. Intantoperoranoncivengo e oltre l’incrocio. Baretto. Autoscuola. Scuole medie. Autoricambi. Pizzaiolo che carica la legna. E perché di nuovo qui, anche oggi? Ci deve essere il solco su questo asfalto, di questi passi. La gomma di queste suole. Si saranno offese? Farle assottigliare sempre sullo stesso tragitto. Un po’ umiliante, forse. Poco ambizioso. E poi il grigio in pancia. La nausea alle mani. Il petto che implode. I condotti che si intasano. Il sale che cede alla gravità. E o si impara a vivere o si impara a stirare. E mani che invecchiano. E allora un biglietto di andata. Così, per avere il mare tra. Per la scusa di avere da fare. Per la ricerca del non ti cercare. Nell’altra tasca, però, il biglietto di ritorno. E restare svegli, senza sonno, con rime in testa e invasioni di cavallette di parole che migrano dallo stomaco alla bocca. Ma il comune non fa niente per disinfestare. E se si potesse accartocciare un pensiero come la prima pagina di un romanzo scritta male. E la fatica di scegliere solo un sorriso da ti srotolare ai piedi per non ti colpire con un pugno.
E scarpe da lavare. Lezioni da seguire. Appunti da prendere. Occhi da sfuggire. E pomeriggi da dormire, ma solo per ti sognare. E cani da accarezzare. E perchéhaismessodiaccarezzarmi? – Scusa, continuo, hai ragione cane.
E venti da riconoscere. Libri da leggere. Stelle da pregare. Onde da galleggiare. Amici da passeggiare. Lune da aspettare. Profili di monti da non memorizzare, perché lo stupore non si alleva in cattività. E un timbro di voce da tatuare. Una poesia da completare. E un ruolo da sostenere. E la speranza di una botta in testa per ti dimenticare. E tutti ti conoscono, anche se non vuoi.

E se domani non mi svegliassi, cosa ti resterebbe, di me?

* Siii.

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