Ermes

“[…]

Legò alla zampetta color rosa corallo un piccolo foglietto arrotolato con cura e stretto in un nastrino di raso turchese. Prese con grazia Ermes, baciò la sua testa e lo sporse fuori dalla finestra. La piazza sottostante era un vortice di persone indaffarate ed allegre. Quell’anno non c’era stata l’alta marea nella laguna ed in pochi si lamentavano per i reumatismi e per l’umido in casa. Chi l’aveva, una casa. Il bustino strettissimo le soffocava i polmoni e le schiacciava il seno che sbordava, seppur piccolo, dal vestito turchese dal quale aveva privato il nastrino, come sigillo e segno di riconoscimento e riconoscenza. L’abito le era stato donato da lui ed era stato tessuto con sacrifici, fame, rinunce e risparmi. Lo aveva fatto confezionare dal miglior sarto della città e aveva preso le misure con abbracci, mani sui fianchi, dita sui polsi. Sarebbe riuscito a ricostruire l’intera figura di lei con la creta, tanto richiamava la sua immagine a sé giorno e notte. Infatti, le stava d’incanto. Ermes venne stretto dolcemente al petto e lanciato dalla finestra e non appena la gravità lo attirò verso il basso, aprì le ali e volò. Conosceva la strada più breve, ma vista la temperatura estiva decise di fare prima un giro in città, dato che in ogni caso l’avrebbe dovuta attraversare tutta. Ora, grazie alla nostra epoca sarà più semplice immedesimarci in questo volo e accompagnare Ermes. Il celebre ‘volo di uccello’, no? Accostiamoci a lui e concentriamoci sui sensi, sul suono delle sue ali, sul soffio dei suoi polmoni compressi e sulla vista sottostante. Non c’erano macchine, ovviamente, solo persone. Un fantastico labirinto di case a più piani a strapiombo sui canali d’acqua verdognola, vivi di gondole come bisce d’acqua nere, distese, che spariscono e riappaiono da sotto i cento ponti, segmenti che uniscono la terraferma. Voliamo abbastanza bassi da sentire i canti dei gondolieri che accompagnano gli allora già turisti francesi, romani e napoletani arrivati per trascorrere la calda estate nelle orge settentrionali. Ogni volta che il sole colpisce l’acqua, un riflesso ci abbaglia e ci fa socchiudere un poco gli occhi. Il suono dei tacchi degli abbienti coprono lo strisciare dei talloni scalzi dei poveri. Gli abiti di tanti colori, pronti alla festa della sera. Ospiti del Doge i mastri fuochisti dell’Oriente, per illuminare cielo e mare con le magie colorate della polvere da sparo. Vengono da ogni dove per vedere. Nei vicoli stretti annoiate ed infette prostitute cercano di accontentare ubriachi libidinosi, con l’unico intento di guadagnarsi il pane quotidiano. È quasi ora di pranzo, i profumi delle cucine risvegliano lo stomaco. Tutto è nella normalità. Ermes ha volato su quest’aria migliaia di volte, ma questo è forse l’ultimo viaggio verso la casa dell’innamorato della sua padrona. Sulla preziosa carta del biglietto, poco inchiostro di ringraziamento ed un profumatissimo SI in risposta alla richiesta di un amore eterno. I due piccioncini, scusate il richiamo, sarebbero convolati infatti presto a nozze e per lui ci sarebbero stati solo giorni di riposo nella corte, con preziosi semi di girasole, miglio e qualche carezza fino alla morte naturale. Ermes ignora il messaggio che deve consegnare e si gode il momento di libertà. In picchiata entriamo nei vicoli ombrosi, schivando qualche cavallo legato alle anelle di ferro arrugginite e giochiamo come i falchi. Dopo una brusca svolta a sinistra una forte luce ci acceca per qualche secondo: piazza San Marco ci imbianca l’anima con tutta la sua potenza. Stiamo per risalire lungo l’imponente, orientaleggiante e sacra facciata, quando un ‘glu-glu-gluu’ irresistibile lo richiama verso il basso. I turisti stanno spargendo briciole, come a seminare semi di pane, ai volatili liberi della piazza. Una bianca colombella sembra la preferita di una famigliola e mangia a sazietà guardando Ermes con aria invitante. Il piccione non sa che fare, ha un compito da svolgere, ma tra il cibo e quelle bianche piume non riesce a ripartire. Si avvicina, con quel suo tipico passo a zig-zag. Lei gli fa spazio e mangiano insieme con gusto. Non capì bene da quale parte arrivò il colpo: un bambino irritato dalla madre apprensiva sferzò per capriccio un forte calcio al nostro compagno piccione, che cadde rumorosamente in acqua. Il bigliettino si inzuppò, l’inchiostro si disciolse e finì che Ermes arrivò dolorante a casa dell’innamorato, al quale si spezzò il cuore nel vedere un pezzo di carta bianco in risposta. Lei era stata chiara: ‘Solo quando non avrò più parole da spendere per te tu perderai il mio cuore” gli disse in uno dei loro segreti incontri. Lui si imbarcò la sera stessa ed andò a fare una guerra non sua, in cerca di una morte più permanente. Lei lo aspettò invano, quella sera, sul ponte illuminato dai fuochi d’artificio più belli che avesse mai visto. Umile è la morale: mai affidare i propri sogni ad un uccello. A causa delle briciole di un’altra potrebbe mandare all’aria tutto il vostro Amore.

[cit. Storie di notti col cane – E. A. ]

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