Bandiera a scacchi.

Chi mi conosce da più di qualche vita dovrebbe ricordarmi con un cappellino da baseball tassellato in testa. Chi tra questi ha la memoria fotografica più sviluppata potrebbe ricordarne uno in particolare. Come tutte le cose preferite, comprese persone e relazioni, era il più liso della mia personale collezione, ma erano tempi in cui le cose si vivevano davvero, senza il timore che potessero finire.
La visiera era formata e modellata con costanza sull’avambraccio, il tessuto color nerosbiadito da intemperie e sudore. Appena due palmi di stoffa che hanno tenuto ben calcati dentro la zucca quasi tutti i miei pensieri riguardo a città-cose-nomidipersona-animali-personaggifamosi-fiori-frutta e mestieri per molti, molti anni. Il peggior dispetto che mi si potesse fare era levarmelo dalla testa (sì, ero una persona molto più tollerante di quanto lo sia adesso); dispetto che come da copione subivo ogni giorno. Era marchiato Aprilia Chesterfield e sul lato destro c’era ricamato con filo d’argento l’autografo del mio idolo, uno dei motociclisti più forti di sempre. Se non vi salta subito alla mente il suo nome non perdeteci troppo tempo, significa che di motociclismo non ci capite una mazza. Con quel cappellino svolgevo qualsiasi azione quotidiana, ordinaria o straordinaria che fosse, dalla mattina fino alla fine della giornata quando lo scalzavo e lo poggiavo sulla testata del letto, per non dormirci troppo lontano. Avevo convinto anche i professori a darmi il permesso di tenerlo in classe, a patto che girassi la visiera verso la nuca, permesso accordato grazie al pippone che secondo il galateo le donne possono tenere un copricapo in un luogo chiuso. Ci cascavano sempre. Con tutta onestà credo di ricordare che lo tenessi indosso anche a tavola con i vari brontolii dei miei genitori e con mia madre che mi ripeteva che mi avrebbe fatto perdere i capelli. Mi ci allenavo pure. E durante la stagione competitiva c’era sempre qualche giudice di gara che cercava di convincermi che senza cappellino avrei saltato più in alto o corso più veloce. Ma non potevano sapere che, come per Daisuke Jigen, lui era la mia arma segreta. Gli do del ‘lui’ perché, ebbene sì, gli parlavo pure. Oddio, non che mi rispondesse molto spesso, ma di sicuro era un buon amico e custodiva i segreti. Non ero matta, mi ero solo illusa che fosse uno Stargate non funzionante, ero cosciente che mi non-desse la possibilità di comunicare in qualche non-reale maniera con la persona che mi piaceva di più al mondo sotto tutti gli aspetti. Un po’ come quando si parla-va con i poster appesi in cameretta (non fate finta di non averlo fatto…), con la speranza che qualche magia potesse dare tre dimensioni alla carta stampata. Questa sorta di porta multidimensionale sigillata che mi appiattiva i capelli era un modo sicuro per concentrarmi e quindi per dare il meglio di me, non dico in tutte le situazioni, ma almeno in quelle che ritenevo davvero importanti. Metti il caso che, ad esempio, durante una gara in cui non stessi andando granché bene, il mio mito venisse teletrasportato vicino a me grazie al mio cappellino. Che magra figura avrei fatto di fronte al Dio di tutte le classi del MotoGP? È difficile da spiegare, ma era la scusa per dare tutto. Era di certo anche uno scudo sotto cui nascondermi e proteggermi, ma questa è un’altra storia. Il mio amore e la mia stima per questo ragazzo normale che nella vita aveva spaccato erano veri e profondi, ma parlo di un’era in cui internet viaggiava ancora per pochi e io trascorrevo molto tempo a ritagliare foto e articoli dai quotidiani e dalle riviste di settore per carpire informazioni di qualsiasi tipo. La domenica era appuntamento fisso, alternando Formula1 e Motomondiale, lavavo i piatti più in fretta che potevo per poi sedermi su una sedia scomoda che tenevo dondolante per la tensione per tutto il tempo.
Lì accanto, sul divano, mio padre.
Antagonisti da sempre e quasi per sempre, questa passione viscerale per i motori era uno dei pochi nostri punti tangenti dichiarati e palesi. Si acquietavano gli screzi e si poteva comunicare. Da motociclista mi spiegava le traiettorie, le strategie di gara; da meccanico la coppia motrice, freni, cilindri, due tempi, quattro tempi, alesaggio, cambio, scarichi, gomme. Orgogliosa nel chiedere, ma avida di sapere, mescolavo il mio silenzio allo zucchero del suo caffè, in un’età in cui non si è ancora sicuri che venga buono, offrendogli come dolcetto le mie orecchie e il mio archivio mnemonico. Trascorrevamo così del Tempo, insieme. Poco. Tempo durante il quale ero spesso combattuta tra l’istinto di stare da sola per esternare tutto l’archivio di parolacce e di parole d’amore rivolte allo schermo e la necessità di avere accanto una Treccani vivente della materia in questione. A causa della giustificata stanchezza, mio padre finiva spesso con l’addormentarsi. Braccia conserte, testa inclinata indietro, bocca un filo aperta a mostrare i denti perfetti tra i quali ne spiccava uno in acciaio. Russava. A scatti. Io tenevo il telecomando in mano e regolavo il volume della tv per non perdermi la voce dei cronisti. Ogni tanto si svegliava e mi chiedeva un aggiornamento sulle posizioni, sul meteo, sui box.
Io neanche sbattevo gli occhi e trattenevo la pipì, mandando tutta la mia energia al mio pilota, convinta di poterlo aiutare.
Erano tempi in cui si sognava davvero. Forse perché era solo più facile farlo.
Fatto sta che di lì a qualche granpremio il mio prediletto firma con un’altra scuderia, il che ha comportato oltre a gioie e dolori differenti anche un cambio di colori di bandiera.
Il mio amato cappellino era ormai fuori tema, ma continuavo a indossarlo, un po’ per amore delle origini, un po’ per dichiarare al mondo che  tifavo lui sin da prima che cambiasse casa e un po’ molto perché avevo solo quello. Erano tempi in cui il mare era molto più grande di adesso e tutto ciò che non era di uso comune era di difficile se non impossibile reperibilità. Sognavo un nuovo cappellino. Ho sperato in qualche compleanno successivo, in qualche natale, ma niente. I pochi regali che ricevevo erano sempre lontani anni luce da ciò che desideravo. Tra le altre cose i colori del nuovo team erano meravigliosi. Giravo spesso nelle cartolerie cercando invano pennarelli di quei colori. Ricordo che una volta ho trovato una bomboletta spray di un colore molto simile. La tenevo sulla scrivania come un cimelio. Erano tempi in cui ogni cosa aveva un valore. Forse solo perché avevamo meno.
Comunque.
La vita più avanti mi ha proposto tante cose diverse e io ho conosciuto e accettato tutto quello che aveva da dire.
Al rombo dei motori ho imparato a preferire il vento, ma è stato per un semplice bisogno di contrasti.
Non indosso più il cappellino, anche se continuo ad adorarli. Non seguo più i granpremi, anche se mi tengo un po’ informata e quando becco in tv qualche diretta mi faccio sempre rapire. Non c’è più mio padre o almeno non ha le sembianze che me lo farebbero riconoscere e il mio eroe della sella si è ritirato da molti anni.
Eppure ieri, durante un evento in questa cittadella imprevedibile, un piccolo stand di una grossa casa motociclistica mi ha risucchiato a sé. In esposizione felpe, magliette di vario genere. Davo un’occhiata con l’idea di regalarmi qualcosa, quando dei colori mi hanno investita come uno schiaffo.
In una frazione di secondo mi sono passati in testa tutti i miei diari di scuola con dediche, classifiche e tempi. La mia cameretta tappezzata di poster. La maglietta del mio guru vinta per scommessa ad un ragazzino di Macomer. Le ore spese davanti alle vetrine delle concessionarie. I pomeriggi con babbo a commentare le derapate e a esclamare ‘Ceeesssss’ con le mani nei capelli e con il cuore in gola durante quegli incidenti a 300 chilometri orari finché non vedevamo i piloti alzarsi sulle loro gambe e fare cenno col braccio per rassicurare tutti e poter tirare un respiro di sollievo.
Mi son ritrovata, ieri, in tre metri quadri che vent’anni fa mi avrebbero fatto impazzire.
Ma siccome la vita ti dà quando non cerchi, ho capito che era il momento di appagare una parte di sogno e ho indossato una giacca bellissima, con i colori che nessuna scatola di pennarelli Giotto ha mai contenuto.
La commessa mi parlava delle qualità tecniche del capo e trinta e baranta, ma io al suono della zip mi son rivista ragazzina in giro in bici, con il ginocchio fuori, in curva, a simulare la piega e a immedesimarmi per cercare di capire se avrei mai avuto il coraggio di toccare l’asfalto col ginocchio.
La giacca era al di sopra delle mie possibilità economiche, ma anche sticazzi.

– La prendo. Mettimela da parte, ora non ho contanti.

-Tranquilla. Te la tengo.
Dopo qualche ora di lavoro torno dalla commessa per chiederle se potevo pagare col Pos.

– No, ma non preoccuparti. L’ho messa in una scatola da parte.
Adesso, può sembrare esagerato, ma quando mi son messa a letto ero entusiasta che l’indomani, ovvero oggi, avrei fatto sorridere di gioia la me ragazzina.

– Hai visto? – mi son detta dentro al letto – Con vent’anni di ritardo, ma tutto arriva. È che i tempi non li decidiamo sempre noi. L’importante è accettare. E far schiattare di invidia quelli a cui non gliene frega proprio niente della tua giacca nuova. Tsè.
Così mi sono svegliata. Carica. Già mi vedevo con la mia giacca idrorepellente, sfrecciare con la mia bici-ringhiera per la città.
Corro allo stand con i soldi arrotolati in mano.

– Te li lascio e vengo a prenderla come stacco. – le dico.
E lei – Mi’, la stavo vendendo a questo signore – indicandomi un medioman con gli occhiali.

– Come sarebbe a dire la stai vendendo?
Al che lui si intromette – Perché? La vuoi ancora? – mi fa.
“Maconchidiavolocredidiparlarescemunito.Certochelavogliobruttostronzolavogliodaventanniiononsaineanchedovesimettelaaccadiquestacasamotociclisticaignoranteadessovengotitolgogliocchialietidounatestata” penso, ma gli dico – Certo che la voglio.
Al che interviene lei:

– È per il figlio.
E mi indica uno sbarbato di questi bipedi vuoti della nuova generazione senza speranza che mi fanno scuotere la testa come se avessi già ottantasette anni.
Il pischello è più basso di me con quindici centimetri in meno di clavicola.
Mi guarda. Mi guarda, lo stronzo.
Questi non alzano lo sguardo dal telefonino neanche se gli picchiano il cane al guinzaglio, ma questo mi guarda. Non dico che implori con lo sguardo, perché il suo ventaglio di evoluzioni emotive generazionali non glielo permetterebbe neanche, ma mi guarda. E non dice niente.
Nessuno dice niente. Sergio Leone ne avrebbe tirato fuori 13 minuti buoni di pellicola, ma non siamo in un film, è la sporca realtà e tutti guardano me e io ho pochissimo tempo di elaborazione. Io guardo lui con la mia, la miacazzodigiacca in mano e mi balena che magari lui potrebbe essere come me da piccola, invasato di motori, con la fortuna di avere un padre idiota capace di spendere una somma fastidiosa per un capo che tra tre mesi non gli starà più.

La colonna sonora del momento è stata: “…d’improvvisooo, ho visto la mia fine sul tuo visooo, il nostro amor dissolversi nel ventooo. Ricordo, sono morto in un momento”.

– Se sta meglio a te, te la lascio – sento uscire dalla mia bocca. E mi maledico subito dopo, incalzando –  Dai, fammi vedere come ti sta indosso.
Zzzzzip.
La indossa.
Gli sta malissimo, perché è un insetto stecco nano.

– Sta meglio a te – dico facendogli l’occhiolino, mentre volto le spalle al mio ex-novo insuccesso.

– Passa in negozio… – mi invita quella traditrice avida della commessa. “A metterci una bomba” penso, con il mio solito modo poco esagerato, ma gli sorrido un sobrio – Allughe•ti.
Riprendo a lavorare trascinandomi in bocca un retrogusto troppo conosciuto.
Domani vado dai F.lli Spena.
Vuoi che in vent’anni non siano riusciti a fare un pennarello del colore giusto?

Erano tempi in cui si imparava a rinunciare.

Mi sa che non è cambiato proprio niente.

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