Un progetto perfetto.

“[…]
Non poteva fare a meno di pensarci, mentre stendeva il bucato.
Le apriva e le chiudeva, osservandone la semplicità. Alcune di plastica rovinate dal gelo e dal sole, altre in legno decisamente migliori.
Stendeva i panni, in mutande; svolgeva questa semplice azione sovrappensiero.
Il suo bucato l’aveva sempre fatta sorridere: multicolore, disordinato, spiegazzato, indisciplinato al sapone di Marsiglia.

Avendo sempre avuto un debole per i calzini, non poteva sottovalutare l’importanza di stenderli, ma li trattava per ciò che erano.
Lui li stendeva diversamente e anche se non lo aveva mai visto, era certa che li stendeva bene, appaiati per colore, lunghezza, senza mai perderli, scambiarli, separarli, maltrattarli. Forse li stirava anche.
Per lei ciò che importava era lo spessore, mentre colore e lunghezza erano variabili delle quali non si occupava.
Eppure la facevano pensare.
E se le calze spaiate ed arrotolate alla rinfusa nel cassetto del comodino fossero state alla base dei suoi problemi? Se cambiare questo piccolo approccio avesse avuto una grande influenza sulla curva della sua vita?
Erano pensieri senza senso, leggeri, appesi all’aria severa dell’inverno isolano. Nulla di più. Finché le mollette reggevano il peso, continuava a seguire quel flusso, quando il filo curvava troppo, cambiava bruscamente pensiero.
Chiacchierava con il solito ragnetto, quello che abitava nella molletta gialla, al quale distruggeva la casa ad ogni fine programma della lavatrice. I ragni sanno un sacco di cose e questo in particolare aveva qualche notizia dal lontano mare, tramite qualche cugino emigrato sul filo di ragnatela a cavallo di correnti calde, in cerca di fortuna in qualche paese assolato d’oltreoceanoGli domandava di lui: come stava, come si pettinava, come si svegliava, con chi rideva, cosa mangiava, ma soprattutto come si addormentava.
Aveva sempre avuto un debole per i dormienti, il viso cambia molto con gli occhi chiusi.
Non lo aveva mai visto dormire, né scolare la pasta, né lavarsi i denti, né affilare la lama di un coltello, ma aveva osservato le sue mani il tempo necessario per creare tutte queste scene nella sala proiezioni del suo cervello, sempre in prima visione, unica spettatrice. Sapeva anche che sarebbe restato tutto così, un film amatoriale autoprodotto ed aveva imparato a dargli il giusto peso, per non sovraccaricare la molletta, perciò, nonostante la saliva un po’ amara, continuava a stendere i suoi pensieri e a non preoccuparsi. Stendeva tutto e poi si sedeva lì accanto, su una sedietta pieghevole.
Eppure lo pensava. Erano molto diversi.

L’uomo si è evoluto grazie al pollice opponibile e grazie alla capacità di distinguere perfettamente i colori rispetto agli altri predatori e quindi di colori si riempiva gli occhi, senza badare agli abbinamenti e inchinandosi alla tecnologia, che permette gamme che cinquant’anni fa si potevano ammirare solo negli uccelli tropicali, senza possibilità di imitazione. No, questo è il pensiero del filo accanto. Divagare dal tema è semplice.

Così il tempo trascorreva, appeso, su una nuova terrazza, davanti ad un diverso panorama, sempre in quieta solitudine, in attesa del sole più prepotente e di programmi economici a 30°C più frequenti. I colori non esistono sempre, esistono solo in presenza di luce. Una teiera rossa, al buio, non avrebbe colore. Gli occhi verdi, al buio, non sono verdi, sono semplicemente occhi. È solo una questione di luce.
Il suo stomaco, il suo fegato, dentro l’addome, possiedono solo forma, non colore. La grotta non ha sfumature, solo pieni e vuoti ed anche se esiste ugualmente non si potrebbe percorrerla senza luce. Il sottobosco della pineta non è color tegola vecchia, quando ci si infila nel sacco a pelo dopo una lunga giornata di mare. La scarpata di assenzio non è grigio ghiaccio quando spuntano le stelle. Tutto è legato alla luce, quindi apriva bene gli occhi per farne entrare il più possibile dentro il cervello, rendendosi conto di vederci meglio. E non le importava se stendeva i calzini in modo diverso, perché anche quella notte, indossandone due diversi, sapeva che una volta al buio sarebbero stati solo dei morbidi calzini. Con i piedi caldi, si addormentava leggera, appesa ad una molletta, accanto a pensieri ancora umidi del tipo: “Avrà poi preso lezioni di piano?”

Gran bel progetto, le mollette. Perfetto.

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