Sonnellino • Solennino

Ricordo come fosse ieri quanto, da bambina, mi venisse semplice, naturale, direi automatico, forse genetico, addormentarmi al sole. Me lo ricordo davvero bene. Ricordo il profumo della pelle del braccio, che mi faceva da cuscino, scaldato al sole. In macchina nel tragitto di rientro da scuola a casa; subito dopo pranzo, nel cortile, a ridosso del muro bianco, accecante, che scaldava e rifletteva e inglobava; al mare, sul telo steso sulla sabbia bollente. Mi addormentavo praticamente all’istante. E dormivo di un sonno pulito, leggero; io che, al contrario, la notte, sono abitata e governata sempre, sempre, dai demoni degli incubi da quando ho memoria. Nel sole alto del mezzogiorno, invece, crollavo, quasi senza sensi, senza sogni. Senza colpe.

Lo ricordo così bene perché anche adesso, non più piccola creatura, sono innamorata di quella luce e di quel tepore, se non proprio caldo, che mi dona i sonni più sereni, più bianchi. La triste differenza è che non ho più la possibilità di cedere alla tentazione di collassare.

Nel vedere questi due capretti – Burro e Sauron – di poche decine di giorni, sdraiarsi e scivolare in pochi secondi in un sonno senza paure, mi son ricordata di quei pomeriggi. Di me bambina. Con gli occhi stretti e brucianti per la troppa luce. Ricordo che non volevo niente. Solo riposare. Riposare da una stanchezza ereditata e non voluta.

Non ero poi così male.

Invece loro, oh sì, loro sono molto, molto meglio di me.

Lascia un commento