Alice

Alice la matta.
Così era conosciuta in città. Non che avessero tutti i torti, strana era strana. Non era disposta a fare del male a nessuno, ma proprio a nessuno, tanto che la prendevano in giro perché camminava guardando in terra per paura di schiacciare le formiche intente a immagazzinare più cose possibili. Pensava che, come per gli umani, tra le cose più brutte e stupide ci sono proprio gli incidenti sul lavoro: uno va in fabbrica e non torna più a casa e così per una formica: un discorso è morire nelle gallerie sotto terra, in piena festa di capodanno, con la pancia piena di semini e la musica a palla, mentre in superficie nevica; un altro è finire sotto la suola di una scarpa lungo il sentiero che separa l’ingresso del formicaio dalle briciole del panino sul marciapiede. L’estate era per Alice una stagione lunga e complicata, ché con questa attenzione per le formiche e per tutti gli esserini, impiegava molto più tempo a raggiungere i posti. Il solo camminare le richiedeva impegno, concentrazione e sguardo vigile. Si potrebbe dedurre che invece durante l’inverno gli spostamenti potessero essere più semplici, ma è nella brutta stagione, si sa, che escono le lumache. E così Alice la matta aveva un bel da fare anche nei giorni di pioggia. Nel continuo evitare lumache metteva sempre i piedi a mollo nelle pozzanghere e finiva per arrivare ovunque tardi, con i piedi zuppi e gelati. A dirla tutta lei era gentile anche con le persone, ma questo per quanto strano era un atteggiamento che attirava meno la curiosità degli altri.
Una mattina, Alice la matta, si svegliò più alta. Non di tanto, pochi centimetri. Essendo però una persona pratica, dopo un attimo di stordimento e incredulità, si limitò a srotolare i risvoltini dei jeans affinché fossero della lunghezza giusta. Con il senso di inadeguatezza un pochino più grande e le scarpe un pochino più piccole, uscì, al solito. Le scarpe stringevano quei piedi cresciuti e camminare ed evitare le formiche finì per farla zoppicare. La cosa non passò inosservata e
subito la chiamarono Alice la zoppa matta.
Alice non ci badava. O meglio, certo che ci badava, ma la sua preoccupazione al momento era quella di avere più difficoltà a evitare le formiche, perché la distanza tra lei e il suolo era aumentata. Tornò a casa più stanca del solito, sfilò le scarpe strette, mise dei cerotti sulle vesciche e si addormentò. La mattina dopo si svegliò e alzandosi diede una testata fortissima al muro. Era più alta della porta di una spanna. Sempre più incredula, indossò una gonna lunga che ora le copriva giusto le ginocchia e uscì, al solito, ma scalza. Non era vergogna quella che provava; questo continuo crescere era fuori dal suo controllo, non poteva farci niente e soprattutto non recava danno a nessuno, ma quel senso di inadeguatezza restava ancora e non capiva se aumentava in proporzione alla statura o se stava solo trovando la sua misura naturale, come un pesce rosso che cresce in base a quanto spazio ha per crescere. Alice cercò di camminare il più naturalmente possibile, ma tra l’evitare le formiche, i dolori delle vesciche, le pietruzze che le si conficcavano nei piedi e il curvarsi per guardare meglio per terra, camminò strana per tutto il tragitto. Le persone che non avevano niente di meglio da fare modificarono subito il suo nome in Alice la gobba zoppa matta. Per fortuna era un’estate afosa e almeno l’andare in giro scalza poteva sembrare solo un po’ più freak del normale, perché l’indomani era cresciuta ancora e in tutta la città non riuscì a trovare un paio di scarpe adatte ai suoi piedi. Ma Alice non si curava di queste cose. Era un po’ preoccupata per l’inverno, questo sì, ma l’inverno era un problema ancora lontano. Tornò a casa, inchinandosi per passare oltre l’ingresso, si massaggiò i piedi doloranti, si rannicchiò su quello che ora era un lettino e si addormentò. All’alba successiva Alice toccava il soffitto della stanza. Con le gambe piegate entrò in cucina e si avvicinò, affamata, al frigo. Sul frigo trovò un bigliettino. No, non c’era scritto ‘Mangiami’, ma ‘Vai a fare la spesa’. Lo aveva scritto lei la settimana prima, ma tutto questo crescere le aveva fatto passare un po’ l’appetito. Ora invece aveva una fame! Doveva andare all’alimentari, mise i suoi jeans, felice che la moda dell’estate prevedeva strappi ovunque, infatti strappando un po’ qui e un po’ lì riuscì a infilarseli e uscì, al solito. Ormai era altissima. Per strada la guardavano tutti. Ma lei non ci badava affatto perché per la prima volta ebbe paura: non ci vedeva più bene. Era troppo alta e vedere le formiche, i ragni e gli insetti era impossibile. Corse, anzi, si rannicchiò su se stessa per riuscire a vedere il suolo e andò con passo di gorilla dall’oculista che le diede degli occhiali così spessi che di lì a pochi minuti la chiamarono Alice l’orba gobba zoppa matta. Alice continuava a lavorare, nello sgomento dei colleghi, e cercava di fare le cose che faceva di solito, ma non era più felice, perché non era più in grado di non nuocere. Cresceva e cresceva a dismisura, sempre più alta, sempre più lontana. Per non schiacciare le formiche ora guardava tutto il tempo attraverso un binocolo, ma questo la faceva sbattere contro gli alberi, contro i cartelli stradali, contro i maxischermi. Di logico perse la casa e il lavoro. Ma essendo rimasta una persona pratica trovò riparo in un vecchio altissimo edificio abbandonato e iniziò a lavorare come gru. Tutte le aziende edili le offrivano palate di soldi per lavorare per loro e lei, che si era sempre data da fare, trovò il modo di continuare una vita il più normale possibile. Le persone piccole che invece erano rimaste piccole persone cambiarono il suo nome in Alice Caterpillar l’orba gobba zoppa matta, ma per farglielo sentire dovevano dirglielo con un megafono. Alice non badava a loro, perché non era più felice. Chissà quante formiche schiacciava. E ora c’era il rischio di iniziare a schiacciare gattini e cani, di scambiare uccelli per zanzare, per non parlare delle persone stesse. Stava diventando un pericolo per tutti. Lei, che non era disposta a far del male a nessuno. Lei, che avrebbe scambiato tutto l’oro del mondo per tornare ad essere semplicemente Alice la matta. La gente però iniziava ad apprezzare quello che prima attizzava l’ironia spicciola, infatti la premura che Alice aveva nel non schiacciare le formiche era traslata nella premura di non schiacciare le persone. Mica roba da poco!
Alice crebbe così tanto che non dovette più preoccuparsi di coprirsi, le sue nudità erano percepite come parti naturali del paesaggio e almeno in questo si sentì più libera di essere se stessa, anche se quei piccoli esseri che un tempo erano suoi simili iniziarono a chiamarla Alice il mostro. Ma si guardavano bene dal dirglielo e ridevano a voce bassa, perché capitò più di una volta, di sicuro sempre per sbaglio, che Alice il mostro schiacciò qualcuno. Una volta ad esempio schiacciò un banchiere disonesto. Una notte capitò a un ladro, un’altra volta sparì un piromane. Ora i suoi piedi erano enormi e callosi, non sentiva più alcun dolore e poteva percorrere distanze immense in pochi passi. Si caricava tutti sulle spalle e li accompagnava ovunque volessero, senza voler nulla in cambio. Poteva attraversare anche il mare, perché ogni giorno che passava diventava per lei solo una fresca vasca da bagno. Non soffriva più le intemperie perché il più forte dei venti era per lei una brezza sui capelli e il caldo più torrido era un leggero vapore sulle gambe. Più Alice cresceva, più era sicura di fare del male a qualcuno, a qualcosa, ma essendo rimasta sempre una persona pratica, si allontanò da tutti quelli che la chiamavano Alice il mostro e andò a vivere in un’isola piena di boschi, dove passava il tempo a costruire torri di pietra e ad allevare qualsiasi tipo di animale. Un giorno, distendendo le braccia si accorse che poteva toccare tutte le coste dell’isola. Questo le permetteva di gestire l’intero territorio stando seduta, quindi senza più nuocere a nessuno. Quel giorno, Alice il mostro, smise di crescere. Continuò a prendersi cura di quella terra, come nessuno sarebbe mai più stato in grado di fare e visse per molti, molti secoli. Gli abitanti dell’isola non avevano motivo di temere Alice e quei pochi con la coscienza sporca stavano ben nascosti o partivano per altri Paesi. Alice si addormentò, senza mai più svegliarsi, una notte che capì che non fu il senso di inadeguatezza a farla crescere, ma il suo cuore che cercava la giusta dimensione per poter battere senza che il petto le facesse male. Così Alice morì, di nuovo felice. Quando tempo prima arrivò sull’isola, si presentò agli abitanti come Alice il mostro, ma loro la ricordano ancora, nelle loro storie, come Alice la Grande. Tutti gli altri che la derisero fin da quando era chiamata Alice la matta e non trovarono mai il coraggio di accettare le cose per ciò che sono, finirono dimenticati nel nulla, perché erano soltanto uo-mini.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...